A Girl Walks Home Alone At Night

A Girl Walks Home Alone At Night è il primo lungometraggio di Ana Lily Amirpour, regista statunitense di origine iraniana. Il film è un pastiche di generi (horror, indie, western urbano, noir, romance, thriller, surrealismo) esteticamente ricercato e sofisticato: il bianco e nero della fotografia ricorda i film di Jarmusch, con la differenza che in A Girl Walks Home Alone At Night l’oscurità ingloba ogni cosa, e la luce fa molta fatica a filtrare nel buio e farsi largo tra le ombre.  Il film è un melting-pot dei riferimenti culturali della regista: Amirpour mischia il paesaggio statunitense con quello iraniano, e le musiche techno iraniane fanno da accompagnamento alle feste della ricca gioventù americana, contribuendo a creare un’atmosfera cringe ed alienante… dove siamo esattamente?

Siamo a Bad City: un non-luogo, una città fantasma e immaginaria (sembra il frutto di un sogno, o meglio, di un incubo). Qui, una vampira solitaria (nota come The Girl, la Ragazza) va a caccia di sangue di derelitti umani, uomini che passeggiano soli di notte ignari della minaccia incombente. Quando un ragazzo puro e genuino, mascherato da Dracula, incontra per caso la vampira, inizia tra loro una storia d’amore utopica: a Bad City risulta quasi impossibile provare sentimenti (figuriamoci esternarli). La musica (fondamentale per Amirpour, che ha lavorato per un periodo come DJ) rende possibile l’impossibile: nella scena del bacio nella camera da letto della Ragazza (che è un sarcofago pop decorato con poster di Madonna e altre teen band), la canzone Death dei White Lies favorisce la nascita dei sentimenti e l’abbandono alle emozioni. Eros e Thanatos, amore e morte, diventano qui le due facce della stessa medaglia.

La città di Bad City è abitata da personaggi macchiettistici a loro agio nei propri stereotipi: c’è il giovane idealista che sogna un mondo migliore, il padre eroinomane, il magnaccia, la prostituta dalla spiccata sensibilità, il ragazzo gay. Come dichiarò la stessa Amirpour, Rockabilly compare nel film per una ragione politica: “I gay possono esistere nei film, ma non nella realtà. Nella realtà non è okay essere gay” (in Iran, infatti, l’omosessualità è illegale ed è ancora considerata un reato punibile con la morte).

L’entrata in scena della vampira destabilizza e decostruisce l’ordine malato di Bad City. In sella al suo skateboard, la Ragazza invade lo spazio di questa realtà distopica governata da uomini violenti e meschini, e si aggira per le strade come fosse una figura spettrale, un’ombra che passa quasi inosservata. Prima di uscire di casa, la Ragazza passa attraverso un meticoloso rituale: si trucca e indossa il chador come per andare in guerra. Il chador, normalmente considerato come un simbolo di sottomissione, diventa qui un archetipo di forza, una sorta di mantello della super-eroina o di angelo vendicatore che uccide quegli uomini che abusano le donne.

Le supereroine al cinema sono quasi sempre sessualizzate e vittime di stereotipi di genere: indossano tutine sexy e aderenti, sono provocanti e seduttive. In questo film, la vampira non è un oggetto erotico, bensì un soggetto attivo che si muove liberamente nello spazio, riappropriandosene: si sente a proprio agio nella quiete della notte e non ha paura a camminare da sola per strada perché lei non è la preda, bensì la predatrice. La vampira “salta” come per magia da uno spazio all’altro, e compare in scena in maniera imprevedibile, proprio come farebbe un felino. Il gatto in questo film è una presenza tutt’altro che accessoria e casuale: è un protagonista silenzioso che ha accesso agli spazi interni e domestici, abitati dalla violenza, per comunicare telepaticamente con la Ragazza attraverso un raffinato montaggio di sguardi.

Le macchine attraversano lo spazio accompagnate da musiche da spaghetti western, e percorrono un paesaggio desolato, che è lo specchio della solitudine umana, dell’aridità dei sentimenti degli abitanti di Bad City, costretti a convivere coi propri demoni interiori.  Nella distopia di Bad City la centrale nucleare non potrebbe essere altro che un luogo luminoso e spettacolare, un paesaggio meraviglioso dove regna una luce accecante. Nel film è presente quello che potrebbe essere definito un “vampirismo dello spazio”: c’è una forte insistenza nel mostrare le pompe della centrale nucleare che “risucchiano sangue dalla terra”, e la sfruttano senza alcun rispetto.

L’amore tra Dracula e la vampira può trionfare solo con la morte simbolica (e reale) del patriarcato, con un taglio drastico col passato che si fonda su valori limitanti e carichi d’odio. La vittoria dei giovani rappresenta la vittoria di un futuro che è sì pieno di speranza, ma è anche fonte di incertezze e preoccupazioni. Dracula e la vampira si guardano dubbiosi in macchina, poi lui preme l’acceleratore e partono in direzione di uno spazio sconosciuto: forse troveranno una nuova Bad City da espurgare? O forse un mondo utopico in cui se sei una donna, per andare in giro di notte, da sola e tranquilla, non è necessario che tu sia una vampira.